Un giorno sono andato a trovare Luigino che si è operato al cuore. I medici ci hanno detto di averlo salvato per miracolo, Luigino era in una stanza, legato ad alcune macchine che lo tenevano in vita; la cosa che mi dispiace è che non abbiamo potuto vederlo perché ci hanno detto che lui non avrebbe sentito e che potevamo “inquinare”, spero sia questa la parola giusta, l’ambiente immacolato di quella grande stanza senza sole illuminata solo da luce artificiale. Per fortuna, dopo qualche giorno, abbiamo potuto vederlo ed abbiamo parlato con lui. Come era diverso, parlava lentamente, sembrava assente, anche il tono della sua voce era cambiato, era come se quell’intervento sulle coronarie, che ci hanno spiegato sono quelle arterie che portano il sangue al cuore e lo fanno battere, gli avessero dato la vita ma gli avessero tolto qualcos’altro che però allora non riuscivo a capire. Ho pensato subito che sicuramente erano tutte le medicine che aveva fatto e la paura di morire e la sofferenza che lo avevano cambiato così profondamente. I medici erano molto contenti del risultato e dicevano che lui in breve tempo avrebbe potuto riprendere, quasi completamente, la vita che faceva prima. Non sei contento Luigì, gli ho detto io, ci aspettano lunghe passeggiate in montagna a raccogliere i funghi e appena mettiamo la barca a mare andiamo a pescare. Lui mi ha guardato come se fossi un marziano e gli parlassi di un mondo a lui sconosciuto; il suo silenzio era la più chiara delle risposte: la malattia lo aveva profondamente cambiato ed in quel momento ho capito che Luigino non sarebbe più tornato ad essere quello che era una volta. Quando abbiamo chiesto ai medici come era potuto accadere tutto questo, loro ci hanno spiegato che le coronarie si erano ristrette molto, fino a chiudersi completamente e che le cause erano molte. Allora io ho domandato curiosamente quali erano queste cause, anche perché mi immedesimavo nei panni di Luigino e sinceramente non avrei voluto essere al suo posto. Loro hanno fatto un lungo discorso che per la verità non ho capito completamente e credo che non abbiano capito neppure gli altri che ascoltavano anche se tutti noi annuivamo con la testa per non far trasparire la nostra ignoranza. In breve credo che la causa non la sappiano neppure loro, però ho capito che a Luigino gli hanno fatto male le sigarette, e lui fumava molto, la pressione del sangue alta, lui non se l’era mai misurata, lo zucchero ed i grassi alti nel sangue. Ma come è possibile che è potuto accadere questo? Noi sappiamo che il fumo fa male e fumiamo. C’è scritto anche sul pacchetto di sigarette: il fumo danneggia gravemente la salute. Questo non lo capisco anche se poi al gran premio di formula uno c’è una macchina molto potente che indossa i panni di una importante marca di sigarette. Forse questa battaglia è persa in partenza, una scritta sul pacchetto contro una macchina tecnologicamente avanzata simbolo di vittoria. Credo poi di aver capito che l’alimentazione sbagliata può portare ad un aumento dei grassi e degli zuccheri nel sangue ed un aumento dei valori della pressione sanguigna. Ma questo fatto è come le sigarette. E’ vero che ogni tanto alla televisione fanno una pubblicità che è stata definita “Pubblicità Progresso” a cura di questo o quel Ministero che si inserisce, come quella delle sigarette, tra altre ben più accattivanti che pubblicizzano cose che ti vien voglia di mangiarle o berle solo a vederle. Ha fatto bene zio Nicola che è morto a 98 anni e fino all’ultimo giorno ha zappato il suo terreno e gioiva sempre come la prima volta alla vista delle piantine che da germogli diventavano adulte. Lui viveva in campagna, non aveva televisione, non l’aveva mai voluta perché diceva troppo difficile da capire. Io invece credo che lui aveva capito più degli altri. Era una persona semplice che amava la natura e la vita di campagna. Forse l’ultimo sopravvisuto di quella civiltà contadina dimenticata; lui quando i figli erano andati in città per lavorare in fabbrica non aveva voluto abbandonare la terra in cui era nato. Certo aveva provato a passare un natale con loro in città però appena sceso alla stazione non vedeva l’ora di ripartire, la confusione, la gente che correva senza meta parlando ad alta voce al telefono. Questo mi diceva zio Nicola nei momenti di pausa, quando riponeva la sua vanga sempre troppo tenera per quel terreno argilloso e cotto dal sole, mentre mangiava pane fatto in casa e broccoli conditi con olio di oliva; che profumo indimenticabile. Zio Nicola è morto qualche anno fa, improvvisamente, nei campi, con la sua vanga in mano, aveva stampato sulla bocca un sorriso, un vero sorriso di chi ha saputo cogliere dalla vita i suoi frutti come quando con delicatezza raccoglieva i frutti del suo campo. Era d’estate, con non poche difficoltà dovute all’esodo delle vacanze, arrivarono i figli dalla città. Ascoltavo con attenzione le loro riflessioni, il ricordo del padre al quale rimproveravano, nonostante le numerose richieste, di non essere andato a vivere con loro in città. Li si sarebbe salvato, aveva detto la più giovane muovendo delicatamente la testa con il viso rosso e gli occhi lucidi; pensate che addirittura quando il cuore si ferma, nella nostra città, ci sono delle macchine con delle piastre che applicate al petto danno una forte energia al cuore che riprende a battere. Povero zio Nicola ho pensato, lui non sarebbe vissuto più di una settimana in quella città, lui l’energia l’aveva tutti i giorni dal canto degli uccellini che si posavano sulle piante, dal soffio del vento d’autunno, dalla risacca del mare d’inverno. Quella energia artificiale non sarebbe bastata per far ripartire il suo cuore. E poi pensavo come era possibile soccorrere zio Nicola, e tanti come lui che vivono nelle campagne isolati o in piccole comunità. Certo questo non è impossibile ma è necessario ragionare nello stesso modo di zio Nicola. Certo la storia di Zia Concetta è ancora più emblematica. Aveva una febbre da circa sei mesi che i medici non riuscivano a spiegare, allora il medico del paese aveva detto alla famiglia che l’unico rimedio era ricoverarla in ospedale. Zia Concetta non era mai stata ricoverata e non è stato facile convincerla, ma dopo tante insistenze, finalmente ci siamo riusciti. Zia Concetta è un personaggio singolare, esile, piccola di statura ma con una grande energia sia fisica che morale, mi ricordo le tante occasioni in cui andavamo da lei che ci ridava quella carica necessaria per affrontare i problemi che via via nel corso della vita ci si presentavano. Improvvisamente quella carica era scomparsa, zia Concetta sembrava un’altra persona. Non sto a raccontare le infinite difficoltà che zia Concetta aveva trovato ad ambientarsi in ospedale; fatto sta che dopo tanti esami i medici avevano concluso che la sua febbre non aveva cause. Io a questo punto mi chiedo come è possibile che non ci sono cause? Se zia Concetta è cambiata, se ha la febbre, una causa ci dovrà pur essere? Non è che la medicina non riesce a trovare spiegazioni solo perché non conosce abbastanza dell’essere umano? Forse ha la presunzione di sapere tutto e quando non riesce a spiegare qualcosa piuttosto che ammettere la propria ignoranza rifiuta il nesso di causa-effetto che è insito nella dinamicità degli eventi. Un fiume non può straripare senza motivo. Fatto sta che zia Concetta è ritornata a casa ancora più sconsolata di prima continuando a chiedere insistentemente di voler accudire le sue capre che aveva abbandonato sei mesi prima alle cure di un vicino; sua figlia che aveva partorito aveva bisogno di lei. Quando dopo un anno zia Concetta ritorna dalle sue capre la febbre non era ancora scomparsa. Non era stato facile, per zia Concetta, convincere la figlia a farla ritornare nella sua casa nonostante non stesse bene a causa del senso di spossatezza che la febbre gli procurava. Così zia Concetta nella sua casa, dove erano nati i suoi figli, dove aveva vissuto con il suo compagno per oltre 40 anni, ritrovò lentamente il suo equilibrio: nelle giornate passate a pascolare le sue amate capre, nutrendosi del loro latte, di formaggio e della cicoria che raccoglieva nei campi nelle miti giornate di primavera. Come d’incanto dopo breve tempo la febbre sparì e zia Concetta riacquistò quella energia che aveva perduto. Quando ho chiesto ai medici se la causa della febbre di zia Concetta poteva essere attribuita al cambiamento di ambiente mi hanno spiegato che questo non era possibile e mi hanno dato una spiegazione sinceramente troppo difficile ed incomprensibile. Io preferisco pensare che siano state le capre a far passare la febbre la zia Concetta e credo che zio Nicola sarebbe stato d’accordo con me.

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