Articolo Quotidiano del 14 dicembre 2002 Il giorno 12 dicembre del 2002 alle ore 18.00 si concretizzava un progetto a me tanto caro: la nascita di una Associazione di volontariato di e per gli ammalati di cuore. La spinta motivazionale era partita dal fatto che sempre più frequentemente pazienti e familiari mi chiedevano più tempo da dedicare ai loro problemi, una maggiore umanizzazione dei servizi, una maggiore attenzione, una informazione più completa, eccetera. Il rapporto operatore sanitario paziente appariva spesso impoverito in tutte le forme di comunicazione, per motivi talvolta anche indipendenti da noi, basti pensare alla crescente domanda di prestazioni ad alto contenuto tecnologico. Come medico ho sempre sentito la necessità di associarmi a tale bisogno che purtroppo non veniva nel tempo soddisfatto. Ero certo che una associazione di volontariato non era in grado di risolvere tutti i problemi, tuttavia il momento dello “stare insieme” poteva sicuramente essere una occasione per parlare di problemi comuni e trovare possibili soluzioni. Due giorni prima della manifestazione (10 dicembre) mi arrivò una strana telefonata, della moglie di un collega, la quale mi parlava di un’insegnante di Rende (CS) che avendo letto l’articolo sul “quotidiano”, che annunciava la nascita dell’associazione, mi aveva scritto una lettera. Questo fatto mi aveva molto incuriosito, tanto più che alle mie domande sul contenuto della lettera o sul motivo di tanto interesse da parte sua, Rosaria (è il nome della moglie del collega), non aveva saputo rispondere. Giorno 11 dicembre, non essendo ancora arrivata la tanto attesa lettera, la mia curiosità cresceva, telefonai a Rosaria e mi feci dare il numero di telefono della Signora Maria Carmela, è il nome dell’insegnante che aveva sentito il bisogno di scrivermi. La sera dell’11 dicembre, superato ogni imbarazzo, decisi di chiamarla al telefono. Fatto il numero, mi rispose direttamente lei, la sua voce era calma e serena, per niente sorpresa, sembrava quasi aspettare la mia telefonata. Alla mia richiesta del motivo di tanto interesse mi rispose: caro signore, il 12 dicembre, cioè domani, alle ore 18.00, quindi nello stesso giorno ed alla stessa ora, quando lei darà vita all’associazione, noi ricorderemo la morte di nostro figlio Giuseppe, deceduto all’età di 12 anni a Londra, 11 anni fa, a causa di una grave cardiopatia congenita (atresia della polmonare e difetto ventricolare). Giuseppe a 10 anni aveva espresso la volontà di donare le cornee a due persone povere e di razza diversa, perché vedessero “le cose belle del mondo” coi suoi occhi. Ora grazie a lui, due bambini di colore, possono vedere il mondo come lui avrebbe voluto vederlo. Non so se fu quello che disse o per come lo disse, sta di fatto che queste parole, che echeggiano tuttora perentorie nelle mie orecchie, mi fecero rabbrividire. Poi la lettera giunse al mattino seguente e nel corso della manifestazione del 12 dicembre, padre Santino Pacini la lesse suscitando una intensa commozione di tutta la platea. La lettera di Maria Carmela Stancati emana una profonda carica umana, di una persona che ha sofferto molto ma che ha avuto un grande coraggio e soprattutto ha saputo amare Giuseppe ed amando Giuseppe ha potuto amare gli altri esseri umani. Un ammalato ha bisogno di cure mediche ma anche di affetto, di comprensione e soprattutto di umanità che è quel sentimento, spesso dimenticato, che consente di trovare la forza ed il coraggio necessario a superare i momenti più difficili. Nelle Sue parole, cara amica, emergono le enormi difficoltà per curarsi in una terra lontana che inaspriscono il dolore, che può diventare talvolta disperazione. Il desiderio di scrivere un libro mi è venuto successivamente, quando ho conosciuto Carolina e la storia di Giovanni, parlando con lei e leggendo le sue lettere ho capito che non potevo riporre in un cassetto e dimenticare l’amore che queste persone avevano sentito il desiderio di esprimere nei loro scritti. All’inizio avevo pensato di pubblicare integralmente, senza commenti, le lettere, poi parlando con mio cugino, Pasquale Carelli, abbiamo pensato di scrivere un libro che affrontasse con una certa completezza il problema. Pasquale Carelli, medico anche lui, è scrittore; ancora oggi non ho capito se il suo hobby è la medicina o la scrittura, fatto sta che, come raramente succede nelle persone che hanno molto talento, riesce a far bene l’una e l’altra cosa. Carolina è stata una paziente ispiratrice, la sua collaborazione è stata preziosa, in quanto ci ha fornito le lettere e la documentazione di altri due personaggi del libro: Mamma Rosy e Luca. La storia di Aldo ci è stata raccontata da Lucia; il suo racconto ci ha particolarmente colpito al punto che le abbiamo chiesto di scriverci dei dettagli su quella storia. L’ultima storia è venuta per caso: sono stato particolarmente colpito da una vicenda. Silvia, figlia di una mia carissima amica, aveva partorito una bimba morta, Martina, quasi al termine di una gravidanza praticamente senza problemi. Le ho telefonato e le ho detto del nostro progetto che ha accolto con grande entusiasmo, anche se mi ha confessato che non aveva la forza di scrivere. A questo punto ho pensato di andare a Siena e raccogliere un’intervista con un registratore, da trascrivere successivamente.

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